Mi permetto di far notare che l'aggiunta di frutta è una pratica antica, basti dire che gli egizi usavano i datteri per alzare il tasso zuccherino e quindi il grado alcolico.
Certamente il marketing ha un influenza, ma ce l'ha sempre e a prescindere in qualsiasi prodotto. Non vedo perchè usare un'aggiunta locale sia più grave che ficcarci quantità assurde di luppoli di un altro continente...
Beh, una "ale" con dentro "grapes" concepita in Italia come la vogliamo chiamare?

Sono "etichette" che rendono semplice la comunicazione, alla fin fine è solo un nome. Sempre che si parli di definizioni coerenti al prodotto, ovviamente.
E qui torniamo a quanto scrivevo ieri. Io e te non siamo i consumatori medi nè di birra in generale nè di birra artigianale, per "prendere piede" devi piacere ai grandi numeri, cosa che è oggettivamente più facile con prodotti meno "diversi". Per dire, prendi la lista dei birrifici e delle birre di EurHop e conta le sour o le birre "di grano" ad uso nordeuropeo. Oppure dimmi se in Italia hanno mai "preso piede" tipologie come tripel, sour o gueze che tu invece hai esplorato. Per come la vedo io "non prendere piede" deve avere un valore solo dal punto di vista commerciale e non può avere una connotazione valoriale.
Io ne ho bevute di fatte a Rotterdam (con uva tedesca), in Belgio (con uva tedesca o francese) e perfino dal Vermont con uva locale. Ovviamente chiamate "grape ale" e non Italian. Prodotti di nicchia pure lì, nè più nè meno come tutto quello che esce dai canoni del consumo "di massa", basti dire che le birre trappiste, quelle che sono considerate "le birre belghe" per eccellenza in quel paese rappresentano la bellezza del 4,5% del mercato...