Il mercato è stato poco lungimirante a pompare così tanto il mondo elettrico.
In fondo alla china della elettrificazione si vedevano già i segnali della morte dello sport.
Che sia sci, bici, moto, tennis, ... lo sport agonistico si tiene in piedi sulla base delle sponsorizzazioni che a loro volta si finanziano con la base dei praticanti.
E il meccanismo è sempre lo stesso: guarda che figo quel freerider, che bravo. Vedi che sci usa? Compra quelli sci e diventerai figo e bravo anche tu. E lo stesso lo potete trasportare sulla bdc di Pogocar, la racchetta di Sinner, la mtb di Shurter...e no, qui il giochino si è rotto.
Se il panzone elettrificato con la bici totalmente "starata" ergonomicamente e il piede malamente appoggiato sui talloni sui pedali ti sorpassa mentre sfiati sulla Scott Spark limited ultimo modello... il meccanismo di emulazione e di "sogno" ad occhi aperti di raggiungere il proprio idolo, salta. Rendere la mtb una attività ludica accessibile a tutti, anche con zero preparazione atletica e tecnica, svilisce e finisce col far allontanare i praticanti di lungo corso.
Ma non solo, non innesca nei giovani quella sana voglia competitiva di "voglio esser come lui". Come lui chi? Il panzone 60enne libero professionista? Ci stupiamo che non vi sia più ricambio generazionale?
La gravel non è solo una moda. E' anche lo sfogo di tanti mtbikers che, trovando i trail intasati di cavalieri medievali bardati in sella ai loro destrieri elettrici, preferiscono la sfida della lunga distanza sulla sterrata facile. Dove, a meno che i panzoni non sblocchino i 25km/h, i suddetti te li lasci alle spalle. Da qui anche il grande successo del bikepacking, che sta vivendo una diffusione incredibile, dopo esser stato relegato per decenni ad attività "per fissati che attaccano cose alla bici".
Riduzione a slogan di un fenomeno più ampio.
L’elettrificazione non ha “ucciso lo sport”: ha separato nettamente due piani che prima convivevano male—prestazione pura e accesso di massa. La prestazione resta intatta nei contesti dove conta davvero (gare, segmenti, cronometro, ranking). L’accesso si allarga con strumenti diversi. Non è una deviazione, è una segmentazione.
L’argomento dell’emulazione è fragile. Nessuno ha mai davvero raggiunto il livello di Tadej Pogačar, Jannik Sinner o Nino Schurter comprando l’attrezzatura. L’identificazione funziona come narrativa commerciale, non come meccanismo causale. L’e-bike rompe quella narrativa perché rende visibile una cosa che prima era nascosta: il risultato dipende dal motore umano, non dal mezzo.
Sul piano economico, più utenti = più mercato, anche se eterogeneo. Il praticante “debole” non sostituisce quello agonistico, lo affianca. Brand e sponsor si spostano dove c’è volume e storytelling: oggi includono mobilità, sostenibilità, tecnologia. Non è un collasso, è riallocazione.
L’idea che l’accessibilità allontani i praticanti storici confonde identità con infrastruttura. I trail affollati non cancellano la pratica evoluta; impongono selezione dei contesti: percorsi tecnici, orari, eventi, discipline. Chi cerca performance trova ancora ambienti dove la metrica è la stessa di sempre: tempo, potenza, tecnica.
Il “ricambio generazionale” ha barriere più profonde: costo, urbanizzazione, tempo disponibile, alternative digitali. L’e-bike abbassa alcune barriere (età, condizione fisica, rientro all’attività) e può essere porta d’ingresso, non uscita.
Gravel e bikepacking non sono fuga dai “panzoni”: sono cicli di moda tipici dello sport, con driver diversi—esplorazione, autonomia, socialità, estetica. Che crescano insieme all’elettrico indica diversificazione della domanda, non decadimento.
Non c’è perdita dello sport, c’è perdita di un monopolio culturale su cosa “vale” come sport. La competizione resta dove è sempre stata; "il resto del mercato" ha smesso di fingere di essere quella stessa cosa, è tutto ciò che non è gara: uso ricreativo, fitness leggero, mobilità, turismo. Per anni è stato venduto con il linguaggio della performance (“stessa bici del pro = vai come il pro”). Era una finzione commerciale. Con l’e-bike questa finzione salta perché l’obiettivo cambia esplicitamente: non dimostrare superiorità atletica, ma rendere possibile/gradevole l’attività a più persone.
Quindi la competizione non si è spostata né indebolita; è rimasta confinata dove viene misurata. Il mercato extra-agonistico ha smesso di travestirsi da competizione e si presenta per ciò che è—accesso, divertimento, funzione.